QUANDO SONO ARRIVATO IN ITALIA

“Ho visto le bombe, gli omicidi, la morte di miei parenti e amici, ho visto corpi di esseri umani a pezzi, mi sono vergognato, indignato, ne sono rimasto inorridito.  Sono stato perseguitato, discriminato, venduto, reso in schiavitù, ho rinnegato la mia provenienza di hazara (e la  religione sciita) perché odiata dai talebani e da altri gruppi terroristici loro alleati. Il mio popolo ha subito un genocidio sistematico dall’inizio del diciannovesimo secolo. Ho visto donne uccise con sassi e bastoni solo in quanto donne. Ho avuto paura degli esseri umani, mi nascondevo da loro, non volevo far parte di questo genere, mi vergognavo di fronte agli altri esseri viventi, cercavo di rendermi invisibile. Ho preferito affrontare il deserto, le aspre montagne, gli animali selvatici pur di evitare di incontrare gli essere umani. Scappavo appena vedevo un uomo, per giorni rimanevo senza cibo e mangiavo tutto ciò che trovavo. Ora sono in Italia, dove ho incontrato grande umanità e mi sono riconciliato con l’uomo.”

Quando sono arrivato in Italia il servizio sociale che si occupa di stranieri mi ha mandato in una comunità per minori. Là c’erano ragazzi e ragazze, italiani e stranieri. Restavamo chiusi tutti i giorni lì dentro, solamente una volta a settimana ci portavano fuori. Ho passato un mese lì poi mi hanno trasferito in un’altra comunità in periferia: lì eravamo tutti stranieri, minorenni e maggiorenni insieme. Una cinquantina di ragazzi.
Era estate, le scuole erano chiuse, qualcuno frequentava dei corsi di italiano.
Alla sera ci riunivamo attorno ad un grande tavolone. Mangiavamo, scherzavamo, giocavamo a pallone, eravamo felici.
Persone di diversi credenze, ma della stessa razza.
Mi piaceva.
Anche se dovevamo lavarci i vestiti a mano e fare la coda per fare la doccia e per andare in bagno.
In ogni stanza c’erano cinque letti: era difficile dormire perché c’è sempre qualcuno che russa forte. Era una sistemazione temporanea, in attesa dell’esito del test che ci avevano fatto per capire le nostre età.

Dopo tre mesi trascorsi in questa comunità decidi di raggiungere un mio amico che viveva a Londra. Arrivato nella capitale inglese chiedo asilo politico.
Mi assegnano un monolocale e un pocket money di 80 sterline per mangiare. Una ragazza prende cura di me: mi aiuta a fare spesa e a cucinare, mi porta in giro per farmi visitare la città.
Ero minorenne: in Inghilterra non hanno dubbi sulla mia età.
Un giorno le autorità inglesi mi comunicano che la legge non mi permette di rimanere in Inghilterra: avendo chiesto asilo in Italia è compito dello stato italiano prendersi carico della mia domanda di asilo e delle mia persona… Boh! Dicono che queste sono le regole dell’accordo di Dublino.
Dopo 8 mesi due poliziotti inglesi mi accompagnano a Malpensa e mi dicono “buona fortuna! Ricordati che se l’Italia non ti offre protezione hai il diritto di richiedere l’asilo in Inghilterra”.
A Malpensa vengo consegnato alla polizia italiana che mi spedisce a Torino, luogo in cui  hanno rilevato le mie impronte. Vado al servizio sociale per gli stranieri, dove ero stato tempo prima, e mi informano che non hanno un posto per me. Mi danno l’indirizzo di un dormitorio: “prova qui” mi dicono. Ci vado subito, ma non mi lasciano entrare. All’ingresso del dormitorio conosco un mio connazionale che si offre di ospitarmi nel suo letto. Entro in dormitorio e mi accomodo al secondo piano di un letto a castello insieme al mio nuovo amico: spesso di notte rischiamo di cadere, perché il letto è singolo.
In dormitorio ci sono una ventina di letti, tutti a castello, in uno stanzone puzzolente che emana un fetore che ci toglie il respiro. Alle sette del mattino dobbiamo lasciare la struttura per rientrare alle 19,30 per mangiare. Il cibo proviene da una mensa, tutti i giorni.

Dopo tre mesi si libera un letto in una comunità dove rimarrò per quasi un anno. Stessa storia del dormitorio : alle 7.30 devo uscire e rientrare alle 19.30 per la cena. I pasti sono preparati da un kebabbaro che ci cucina pasta o riso, a volte neppure mangiabile. A pranzo ognuno si arrangia: spesso vado a mangiare alla mensa dei poveri. Siamo in sei in una stanza piccola con tre letti a due piani. Io sono l’unico afghano, gli altri provengono dall’Africa e siamo tutti amici. La stanza puzza, di notte c’è chi russa e non lascia dormire gli altri, ma cerchiamo in qualche modo di andare avanti insieme.
Di giorno vado a lavorare, poi di sera vado a scuola, rientro verso le 23.00 e mi fiondo direttamente a letto.
Non è proprio la pacchia che mi immaginavo, ma sono felice: perché posso andare a scuola, quella stessa scuola che mi era stata negata, chiusa in faccia dai talebani quando avevo 8 anni. Per questo me ne frego di chi russa, dello sporco, della politica.
Sono felice perché posso studiare, perché vivo in un posto dove non è vietato andare a scuola… neppure a me, nonostante sia un hazara.
Il mio unico obiettivo è studiare, per poter essere utile alla società in cui vivo e naturalmente imparare subito la lingua italiana.
A volte ho i compiti da fare, ma nella comunità non si può entrare di giorno. Allora, dopo il lavoro, vado spesso al parco, mi metto su una panchina a studiare.
Nel frattempo cerco di conoscere gli italiani: non è facile, la gente mi pare diffidente.
Finisce il mio tempo di permanenza in comunità così vado ad abitare con la prima famiglia italiana che si offre di ospitarmi. Sono stato fortunato poiché ho potuto vivere con quattro famiglie italiane che mi hanno accolto e ne sono molto felice e orgoglioso. Continuo a studiare e mi diplomo Perito Elettronico.
Oggi lavoro, nel tempo libero mi dedico alla lettura e scrivo per divertirmi. 
Sento la voce del mio popolo hazara e dei tanti bambini affamati, discriminati, perseguitati in Afghanistan.

Liaqat Kasemi

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